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sábado, novembro 04, 2023

Giuseppe Ungaretti - "Sono una criatura" (3 traduções)


Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916 

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
 è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo


Tradução de Jorge de Sena (1971)

 Como esta pedra
do S. Miguel
assim fria
assim dura
assim enxuta
assim refratária
assim totalmente
 desanimada

 como esta pedra
é o meu pranto
 que não se vê

 A morte
 desconta-se
 vivendo.

 Tradução de Haroldo de Campos (1998) 

 Como esta pedra
de São Miguel
tão fria
tão dura
tão ressecada
 tão refratária
 tão totalmente
 exânime

 Como esta pedra
é o meu pranto
que não se vê

A morte
desconta-se
 vivendo

 Traduçao de Geraldo Holanda Cavalcanti (2022)

Como esta pedra
de S. Michele
tão fria
tão dura
tão seca
tão indiferente 
tão completamente 
sem ânimo 

 Como esta pedra
 é meu pranto
que não se vê 

 A morte
se expia
vivendo 

 Fontes: 
CAMPOS, Haroldo de. "Haroldo de Campos transcria Ungaretti" in Revista USP 37 (Março-Maio 1998) 
CAVALCANTI, Geraldo Holanda (trad.) Giuseppe Ungaretti: poemas. São Paulo: Edusp, 2022.
SENA, Jorge de. Poesia do Século XX. Porto: Editorial Inova, 1971. 

sábado, setembro 09, 2023

Pasolini, "Eu sou uma força do Passado"


Eu sou uma força do Passado
Somente na tradição está o meu amor
Venho das ruínas, das igrejas
dos retábulos, das aldeias
abandonadas dos Apeninos ou Pré-Alpes
onde habitavam os irmãos
Vago pela Tuscolana como um louco,
pela Ápia como um cão sem dono.
Vejo os crepúsculos, as manhãs
de Roma, da Ciociaria, do mundo,
como os primeiros atos da Pós-História,
que testemunho, por conta da idade,
da borda extrema de qualquer época
sepulta. As vísceras de uma mulher morta
pariram um ser Monstruoso.
E eu, feto adulto, vagueio
mais moderno que todos os demais
a procurar irmãos, que não existem mais.

Tradução de Régis Bonvicino (2019) Fonte: https://sibila.com.br/poemas/os-primeiros-atos-da-pos-historia/13621

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi 
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
 per l'Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, 
dall'orlo estremo di qualche 
età sepolta. Mostruoso è chi è nato
 dalle viscere di una donna morta.
 E io, feto adulto, mi aggiro
 più moderno di ogni moderno
 a cercare fratelli che non sono più.


Essere una forza del Passato 

Essere una forza del Passato significa percepire la parte più vitale della nostra Memoria, sede dei nostri Ricordi e dei nostri Conflitti. Non aver capito il proprio Passato significa riviverlo, ma vivere il Passato in forma lapidea significa togliere ad esso la parte vitale. La parola Forza esprime un concetto presente di dinamismo non necessariamente legato al movimento, quindi io non mi identifico nel Passato e non provengo dal passato, piuttosto vivo al presente sollecitato da forze multiformi. Io non mi identifico nel Passato, ma rivedo i suoi riti e i suoi cicli umani, gesti ripetuti nelle epoche che raccolgono i sentimenti di generazioni, e sento che il mio amore di oggi ha radici profonde in quel Passato. 

 Vengo direttamente dai ruderi dei casolari abbandonati o distrutti dalle bombe, dalle chiese che costellano ogni nostra regione, dalle pale d'altare che pure ho studiato, analizzato, ammirato, dai borghi degli Appennini o dalle Prealpi, in cui la vita muore lasciandovi niente altro che pochi abitanti che si aggirano come fantasmi. Là sono vissuti i nostri fratelli, quelli che coltivavano il grano e aravano i campi secondo le fasi della luna, tra una carestia, una guerra o un padrone prepotente. Quello è il nostro Passato. 

 E mi ritrovo oggi, sulla via Tuscolana, quell'antica via che da Porta San Giovanni portava a Tusculum, la moderna Frascati. Ma in quale punto della Tuscolana giro come un pazzo? Che paesaggio è quello che ho attorno? Vedo case moderne, palazzoni fitti come alveari, tutti uguali ed io che giro con un cane randagio per l'Appia. Perchè devi sapere che la via Tuscolana per un certo tratto corre quasi parallela alla via Appia Nuova, sono strade vicine che comunicano. Io ora vivo qui, questi sono i nuovi paesaggi della nuova era, mi guardo intorno smarrito, sempre stupito e con in gola un nodo che non si scioglie.

 Eppure guardo i tramonti e le mattine su Roma, perché chi non ha mai osservato un crepuscolo o un'alba romana almeno una volta, provato sulla pelle il calore di quei raggi solari così luminosi e potenti, è ben difficile che riesca a capire ciò di cui sto parlando. Assisto alle albe e ai tramonti da Roma, dalla Ciociaria e poi sul resto del mondo, al margine di una civiltà sepolta il primo agitarsi di una nuova era primitiva. Il tutto per il solo privilegio anagrafico di esservi piovuto, niente di speciale.

 All'improvviso realizzo che io sono frutto di questo Passato ormai morto e mi percepisco come un essere mostruoso, al pari di chi è nato dal cadavere di una donna morta. Sono piovuto su questa terra senza possibilità di governare il mio destino, inconsapevole e fragile come un feto, ma vecchio di mille e mille secoli, mi aggiro saldato alla nostra epoca, inesorabilmente legato al nostro tempo, a cercare i fratelli che non sono più. Il perché di questa ricerca è motivato dall'esigenza di non perdere le nostre radici, per far sì che questo Dopostoria perda la sua anonimità, il solo modo per trovare nuovi linguaggi e nuove identità.(Pasolini) 

quinta-feira, maio 14, 2009

Bacante

Ah! Quem me chama? Ah! Quem me aferra? Um tirso
eu sou, um tirso frondoso de crinas,
que, à impulsão de uma cólera ferina,
descabelo-me, pés nus, me desvisto.

Às nuvens me arrebata, ou ao abismo!
Sejas deus, sejas monstro, serei tua.
Centauro, eis-me aqui: sou tua égua fulva.
De ti me emprenha. Espumo, entre nitridos.

Tritão, sou tua fêmea azul-cerúlea.
Minha língua é, como algas, salgada. Ambas
as pernas, um metal sonoro as cerra.

Quem me chama? Será trompa noturna?
O nitrido de Téssalo? Um deus? Pan
toante? Nua, queimo e gelo. Quem me aferra?

Gabriele D' Annunzio
[Haroldo de Campos]

segunda-feira, dezembro 22, 2008

O Inferno: Divina Comédia III. 1-9

PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE,
PER ME SI VA NE L'ETTERNO DOLORE,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE
FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
LA SOMMA SAPïENZA E L'PRIMO AMORE

DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNE, E IO ETTERNA DURO.
LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH'INTRATE.

******

VAI-SE POR MIM À CIDADE DOLENTE
VAI-SE POR MIM À SEMPITERNA DOR,
VAI-SE POR MIM ENTRE A PERDIDA GENTE.

MOVEU A JUSTIÇA O MEU ALTO FEITOR
FEZ-ME A DIVINA POTESTADE, MAIS
O SUPREMO SABER E O PRIMO AMOR

ANTES DE MIM NÃO FOI CRIADO MAIS
NADA SENÃO ETERNO, E ETERNA EU DURO.
DEIXAI TODA ESPERANÇA, Ó VÓS QUE ENTRAIS.

Tradução de Italo Eugenio Mauro in: A Divina Comédia: Inferno. São Paulo: Editora 34,2006.

terça-feira, dezembro 16, 2008

Erínias: Divina Comédia, IX.34-49

E altro disse, ma non l'ho mente;
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che bem conobbe le meschine
de la regina de l'etterno pianto,
"Guarda", mi disse, "le feroci Erine.

Quest'è Megera del sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo"; e tacque a tanto.

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridava sí alto,
ch'i' mi strinsi al poeta por sospetto.



Disse ainda mais, que me escapou da mente
por ter-se desviado o meu apresto
para a alta torre do cimo candente,

para onde juntas vi chegar, bem presto,
três Fúrias infernais, de sangue ungidas,
que tinham de femíneo o peito e o gesto,

e por Hidras verdíssimas cingidas,
traziam, por cabeleira, serpes bravas
envolvendo suas têmporas infidas.

E ele que bem conhecera as escravas
da soberana do perpétuo pranto,
mostrou: "São essas as Erínias pravas:

Megera é aquela lá no esquerdo canto,
Aleto esta que chora, no direito,
Tesífone é a do meio"; e eu, no entanto,

as via co'as unhas fenderem-se o peito
e, em seu flagelo, gritarem tão alto
que assustado, acheguei-me ao meu eleito.

Tradução de Italo Eugenio Mauro